Not Safe For Work

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lunedì 10 luglio 2017

Non bastano due sculacciate

di ANNA MAZZOTTI

Il piacere sadomaso segue regole precise: il consenso tra Slave, la persona sottomessa, e Master, il Dominante. L’esperienza e la responsabilità. La parola in codice con la quale si può interrompere il gioco in ogni momento. Elena, una donna in cerca di emozioni (e non del principe azzurro), racconta come ha capito di essere una schiava. E perché tra Anastasia e Mr Grey non può funzionare.


Lui: «Che cosa provi?». Lei: «Mi sento finalmente libera». Lui è un Master, un «padrone», lei una Slave, una «schiava». Uno scambio che per molti può non avere senso. Ma ce l’ha per Elena, che da quindici anni pratica, nel ruolo di «sottomessa» rispetto a un Dominante, il Bdsm (per noi profani: bondage, dominance, submission, sado-masochism). Ci incontriamo a Verona, città degli innamorati, alla vigilia di San Valentino. Del resto, proprio questo periodo è stato scelto per l’uscita di Cinquanta sfumature di nero, sequel di Cinquanta sfumature di grigio, tratto dalla fortunata saga erotica che E.L. James ha dedicato a questa «variante dell’amore»: si vede che i frustini hanno affiancato le rose. Export sales manager di una grande azienda, 45 anni, capelli mori, Elena è bella, elegante, ironica abbastanza da ammettere, con un sorriso, che i pochi amici al corrente della sua vita segreta la considerano una donna perversa. E serenamente allineata alla frase del Marchese de Sade: «Se la natura disapprovasse le nostre inclinazioni, non ce le ispirerebbe».

È appena arrivato al cinema Cinquanta sfumature di nero. Che cosa pensa della storia di Christian Grey e Anastasia Steele?
«Non è credibile. Se lei non accetta la natura di lui, non possono stare bene insieme. Ed è assurdo che lui acconsenta a praticare solo il sesso “normale” per amore, perché il Bdsm è un’espressione dell’Eros: rinnegarlo significa rinnegare se stessi. Piuttosto, una vera storia Bdsm è quella di Twilight. Edward il vampiro è a tutti gli effetti un Dominante, e Bella lo vede per quello che è. Sa che potrebbe ucciderla, ma sa anche che la proteggerà sempre: il loro è un grande amore perché c’è fiducia totale. La vera tensione sta nel gioco di ruolo, non necessariamente nella pratica sessuale. Oggi che Cinquanta sfumature ha sdoganato un’idea superficiale di Bdsm, spuntano ovunque Master e Slave improvvisati, che pensano bastino due sculacciate e qualche sex toy. Ma è una finta libertà sessuale imbrigliata in un brand, non un vero e libero percorso personale alla ricerca di sé».

Ci racconti il suo, di percorso.
«Sono cresciuta in una cittadina di provincia del Nord Italia, in una famiglia borghese preoccupata solo di guadagnare e di salvare le apparenze di un ardore religioso ipocrita. Mia madre era una spietata manipolatrice di affetti. Ma quando vivi in un ambiente così rigido e disciplinato, con intere giornate trascorse in solitudine, in qualche modo ti arricchisci: osservavo me stessa e gli altri, e leggevo. Due libri sono stati determinanti: L’amante di Lady Chatterley, di D.H. Lawrence, e Niente e così sia di Oriana Fallaci, da una parte la descrizione dell’erotismo, dall’altra la sofferenza. Fin da piccola ho capito che il mio rapporto con il dolore era diverso da quello degli altri. Non lo temevo, non piangevo, volevo anzi sentirlo, chiusa in un mondo tutto mio, e vedere fino a che punto potevo arrivare: c’è un picco altissimo, che sembra insopportabile, superato il quale non senti più nulla, e anzi stai bene e provi sensazioni fortissime. Alla fine ho capito che ero masochista. Ma al mondo Bdsm sono arrivata molti anni più tardi».

Come?
«Sono cresciuta, mi sono sposata. Non per amore: ancora oggi non so bene che cosa sia l’amore per un uomo, conosco quello incondizionato per i miei figli, ma con gli uomini ho provato solo passioni molto forti. Non con mio marito, comunque. L’ho scelto solo perché mi sembrava adeguato, perché mi ricordava mia madre: manipolatore, rigido, frustrato, nascosto dietro una corazza di valori autoimposti. Sembrerà strano, ma la svolta è arrivata guardando una trasmissione in Tv. Si parlava di un viaggio a Cuba che veniva descritto come un’evasione da tutto, dalle istituzioni, dai valori. Sono come entrata in trance, mi è scattato dentro un desiderio di fuga, e in pochi giorni ho chiuso il mio disastroso matrimonio. Mi sono ritrovata sola, con due figli da crescere, il lavoro da riprendere, e la voglia di appropriarmi finalmente della mia libertà».

Ma come è diventata una Slave?
«Per caso. Durante una riunione di lavoro, mi sono trovata a fare da interprete a un dirigente molto affascinante, dai modi distaccati. A un certo punto gli è caduta a terra la penna: mi ha fissata con uno sguardo ipnotico e mi ha ordinato di raccoglierla. Mi ha colpita come un fulmine. Avrei potuto ribellarmi, ma ho sentito il bisogno di essere sottomessa, di compiacerlo. Lui mi ha ringraziato, mi ha detto che in poche l’avrebbero fatto, e che ero speciale. Non è successo altro, ma è stata una folgorazione. Mi sono avvicinata agli ambienti Bdsm su internet e, chattando con un Master, ho capito che io, da sempre, volevo essere una Slave: una persona che si dedica totalmente a un Dominante, ma che lo fa soprattutto per dare piacere a se stessa. Non una serva, ma una serva che si dedichi totalmente al compito che le viene assegnato, e quanto più è vero e profondo il piacere che prova nel farlo, tanto più intenso lo sarà per il Master. Tra loro due c’è un’osmosi, e la magia sta nella consensualità. Altrimenti sono rapporti sbagliati, di manipolazione, di squilibrio».

Scusi ma fatico a concepire un piacere nel dolore.
«Nelle persone come me c’è. Inizia come fatto mentale, ma diventa fisico perché, quando i recettori del dolore superano una certa soglia, entra in circolo una quantità di endorfine capace di provocare un appagamento non paragonabile a quello dei rapporti tradizionali. È un fatto personale, così come è personale la soglia. Il Dominante deve avere esperienza e responsabilità: un Master improvvisato può essere pericoloso. Si tratta sempre di un rapporto consenziente, e c’è una safeword, una parola in codice per interromperlo in qualsiasi momento».

Una Slave è sempre masochista?
«Non necessariamente. Io stessa, dopo aver ricercato per anni il dolore fisico, oggi trovo più appagante la dominazione psicologica».

Con un Master come vi riconoscete? Dove vi incontrate?
«Di solito in chat, ma può capitare di riconoscere un Master anche in contesti “normali”. Ha sempre certe caratteristiche. Deciso, diretto, non ha paura di sostenere uno sguardo, non dà spiegazioni, è abituato a gestire il potere e lo stress, spesso ha un lavoro importante. Può vestire elegante o casual, ma risulta sempre a proprio agio, mai fuori posto. Non è frustrato, non parla molto di sé. E mi riconosce come Slave, penso, perché fin dal primo incontro non gli do l’impressione di volerlo regolare o limitare».

Un maschio alfa?
«Diciamo orgoglioso della sua mascolinità – così come io sono orgogliosa della mia femminilità – ma come ruolo più che come ostentazione. Per esempio, se al ristorante lui vuol fare alla romana, è un Master fasullo. Un vero Dominante ti protegge, ti accudisce, nell'organizzazione dell’appuntamento si occupa di tutto lui. Tu devi solo concentrarti sulla preparazione – a volte inizio giorni prima – e soddisfare le sue richieste: un trucco, un profumo speciale, un dettaglio nell'abbigliamento».

Per esempio?
«Il reggicalze con le calze in seta, il corsetto. Una volta mi è stato detto: voglio solo le scarpe. Le scarpe sono importanti, però bisogna saperci camminare bene».

Si può avere un fidanzato o un marito e contemporaneamente un Master?
«Si può, ma non fa per me, io mi dedico a un uomo per volta. Lui, in compenso, può essere libero o sposato: non cambia, per quanto mi riguarda. Accetto anche storie parallele da parte sua, purché me le racconti: non mi dà fastidio se mi rende partecipe. Non ero gelosa neppure da sposata, del resto: mi sono arrabbiata per il tradimento di mio marito non per il fatto in sé, ma perché non me lo aveva detto. Da un uomo cerco complicità, detesto mentire e detesto che mi si menta».

Può capitare di innamorarsi?
«Io cerco emozioni, non principi azzurri. La mia famiglia sono i miei due figli, ho un lavoro impegnativo, non c’è posto per un uomo. Forse una storia d’amore tra Master e Slave potrebbe funzionare se entrambi riuscissero a essere autentici e a non nascondersi nulla, senza gelosie né ricatti, ma dove sono gli uomini così? Anche quelli che parlano di coppia aperta alla fine vogliono decidere con chi devi stare e con chi no. Meglio, allora, rimanere dentro la bolla che ci creiamo intorno con i nostri ruoli. Un legame emotivo si sviluppa, ma solo nei confini di quell’ambito, poi ognuno torna alla sua vita: non ci penso nemmeno ad andare con lui a far la spesa, o al cinema. Non ci uscirei tutti i giorni, neppure gli racconterei quello che mi accade nel quotidiano. Capita di telefonarsi, certo, e di scambiare messaggi. Con i miei ex Master ho anche mantenuto un rapporto di amicizia: in fondo sono i soli a conoscermi davvero».

Quanti ne ha avuti?
«Due importanti: con gli altri erano solo giochi erotici. Ora ne ho uno, ma è ancora in prova».

Qual è la prova più difficile che un Master le ha inflitto?
«Guardi che la Slave non è una povera disgraziata che si lascia usare come posacenere e tirare al guinzaglio. O meglio, può farlo, ma solo se è il mezzo per superare un blocco e poi evolversi. Una volta, per esempio, il mio Master mi ha pubblicamente legata e fustigata in un locale. Sono l’opposto dell’esibizionista, e pensavo che sarei morta per l’imbarazzo, ma lui ha scelto il modo e il tempo giusti. Mi ha bendata prima, solo alla fine mi ha permesso di vedere il pubblico, e vedere il loro apprezzamento, sapere di aver superato un mio limite mi ha riempito di orgoglio. Come quando, da claustrofobica, sono stata rinchiusa per 24 ore in una gabbia. Ho incontrato i miei fantasmi, affrontato le mie paure e superato la claustrofobia: oggi non ne soffro più. Non ero stata abbandonata, il Master mi era sempre stato accanto, e alla fine mi ha premiata. Come un coach speciale: capisce chi sei, ti protegge da te e dagli altri per plasmare la tua esperienza. La prova più dura per me, però, la devo ancora superare».

Quale sarebbe?
«Parlare in pubblico, davanti a mille e più persone, per un’ora intera. Cerco un Dominante che me lo ordini, e che mi liberi dalle mie inibizioni».

https://www.vanityfair.it/benessere/sesso/17/02/18/sesso-sadomaso-sottomissione-slave

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lunedì 3 luglio 2017

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“A Humble Bow (Un Umile Inchino)” di Tomaso Clavarino



Un viaggio in un mondo nascosto, fatto di catene, corde e vestiti di latex. Due anni di lavoro in giro per l’Italia tra party privati, incontri occasionali, appartamenti e alberghi. Tomaso Clavarino (Torino, 1986) è un fotografo documentarista che si è sempre occupato di diritti umani, conflitti, tematiche sociali, lavorando per prestigiose testate nazionali ed internazionali (Newsweek, Vanity Fair, Der Spiegel, Washington Post). “A Humble Bow (Un Umile Inchino)” è il titolo del progetto fotografico dedicato all’universo del BDSM (Bondage, Disciplina, SadoMasochismo): una sessantina di fotografie raccolte nel volume pubblicato dall’editore portoghese The Unknown Books, venti delle quali sono diventate una mostra ospitata dalla galleria d’arte Paolo Tonin (fino al 21 febbraio) ed organizzata come un evento collaterale alla rassegna internazionale sul cinema erotico Fish&Chips Film Festival. Fotografie che turbano e disturbano e che aprono uno squarcio su un universo sommerso che viene solitamente rappresentato in modo stereotipato.

“A Humble Bow (Un Umile Inchino)” , il progetto fotografico di Tomaso Clavarino sul mondo BDSM

Perché un fotografo che ha realizzato reportage in Europa, Africa e Nord America, occupandosi sempre di conflitti e diritti umani, decide di dedicarsi a un mondo così particolare come quello del bondage e del sadomaso?
«Da un po’ di tempo desideravo affiancare al mio lavoro quotidiano dei progetti più personali da poter sviluppare sul lungo periodo. Lavorando per i media prevale un’informazione veloce, c’è poco tempo da dedicare alle singole storie e questo fa sì che sia difficile entrare davvero nelle realtà che si vogliono raccontare. Per andare in profondità occorre calarsi dentro per un certo arco di tempo. Questo progetto sul BDSM l’ho iniziato quasi per caso, perché mi incuriosisce il substrato culturale e sociale del nostro Paese, soprattutto laddove va a scontrarsi con l’anima più bigotta e conservatrice. Siamo bombardati di preconcetti, mentre io volevo indagare ciò che sta sotto la facciata di quello che leggiamo sul BDSM. Non avevo alcuna conoscenza di questo mondo, non ne facevo parte, così ho iniziato a navigare sul web dove esistono numerose chat e forum per gli appassionati del genere, quindi ho iniziato a contattare le persone dicendo subito con chiarezza chi ero e cosa volevo fare. Poco per volta si sono sviluppati rapporti di fiducia, e questa è la cosa più importante dal punto di vista fotografico. Per un fotografo documentarista come me che crede nell’empatia come strumento e obiettivo del lavoro fotografico, è determinante instaurare un rapporto di fiducia con i soggetti che si vogliono fotografare, ancor di più se affronti un tema così hard. È un lavoro che ha richiesto due anni, tra ricerca, contatti e tempo necessario a instaurare un rapporto di fiducia per poi poter iniziare a scattare.»

Chi sono i protagonisti delle tue foto? Che cosa è il BDSM dal punto di vista sociale e geografico?

«Il mondo BDSM è decisamente eterogeneo, troviamo un po’ di tutto, direi più uomini che donne, nel Nord Italia è più sviluppato e strutturato, da Torino a Milano fino a Venezia, con Bologna come epicentro perché lì si registra un particolare fermento. Per quanto riguarda le classi sociali si va dall’operaio al programmatore informatico, dall’avvocato al manager, anche se sicuramente molti dispongono di un buon reddito, visto che partecipare a feste private o andare da una mistress comporta dei costi.»

Perché il titolo “A Humble Bow”?

«In un forum mi sono imbattuto in un messaggio di uno ‘schiavo’ alla sua Mistress che si concludeva con queste parole: “un umile inchino”. Una frase che mi ha colpito, e che contrasta anche con quanto emerge dalle mie foto, perché in un mondo che appare come fatto di violenza e rapporti duri e crudi, alludeva a una qualche dolcezza, a dei sentimenti che effettivamente esistono. BDSM non vuol dire “vado a farmi gonfiare di botte e faccio un po’ di sesso”. Leggiamo molto sul BDSM, ma la realtà di questo mondo ‘nascosto’ è decisamente diversa da come ci viene normalmente presentata.»

“Nel BDSM ciò che conta non è il sesso in quanto tale, ma il rapporto di dominanza tra due persone”

Nei tuoi scatti non c’è esibizione di nudo. Il BDSM ha a che fare più con il potere e la denominazione che con il sesso?
«Non volevo dare vita ad un lavoro voyeuristico o rendere queste persone delle macchiette. Il primo stereotipo che emerge dalla narrazione sui media è che si tratti di pervertiti dal punto di vista sessuale. Cosa falsa, non solo perché non sono dei pazzi, degli psicopatici con deviazioni sessuali, ma perché nel mondo BDSM non esiste il rapporto sessuale o, meglio, quelle pratiche non sono finalizzate al rapporto sessuale. Non è quello ciò che conta, ma il rapporto di dominanza tra due persone. Un rapporto ben definito, anche se non ci sono contratti firmati come in Mille sfumature di grigio, ma ci sono regole ben chiare, codici, parole d’ordine che si usano quando ci si deve fermare, non si oltrepassa mai il limite, c’è un profondo rispetto tra le persone. Più che il sesso, c’è la sessualità. Ciò che conta sono la dominazione e la sottomissione, sia fisica sia psicologica, tra due persone, il poter disporre, in certi contesti e in certi momenti, di una persona nella sua totalità. Una persona che ti si dedica o a cui dedicarsi in modo totale. Per qualcuno il BDSM è parte della propria sensualità nella sua interezza, per altri un percorso per scoprire nel profondo la propria sessualità ed andare alla ricerca del proprio Io, per alcuni è uno stile di vita oppure un gioco. Fantasia e humour sono alla base del BDSM, e molte delle pratiche, che al di fuori di un contesto di consensualità sarebbero trattate come violenza sessuale, diventano qui una fonte di mutua soddisfazione e stimolazione per la costruzione di più profonde relazioni interpersonali. Con i miei scatti volevo raccontare le dinamiche interpersonali e psicologiche che si vengono a creare, il nudo in sé non mi interessava in quanto non mi dava nulla in più rispetto a quanto mi premeva narrare.»

www.toningallery.com

www.tomasoclavarino.com


Tomaso Clavarino (Torino, 1986) è un fotografo documentarista che si è sempre occupato di diritti umani, conflitti e tematiche sociali

di Emanuele Rebuffini

http://www.nuovasocieta.it/luci-della-ribalta/a-humble-bow-il-viaggio-fotografico-di-tomaso-clavarino-nel-mondo-sadomaso/

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