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lunedì 27 maggio 2019

Non bastano due sculacciate


Il piacere sadomaso segue regole precise: il consenso tra Slave, la persona sottomessa, e Master, il Dominante. 
L’esperienza e la responsabilità. 
La parola in codice con la quale si può interrompere il gioco in ogni momento. 
Elena, una donna in cerca di emozioni (e non del principe azzurro), racconta come ha capito di essere una schiava. E perché tra Anastasia e Mr Grey non può funzionare

Lui: «Che cosa provi?».
Lei: «Mi sento finalmente libera». 
Lui è un Master, un «padrone», lei una Slave, una «schiava». 
Uno scambio che per molti può non avere senso. Ma ce l’ha per Elena, che da quindici anni pratica, nel ruolo di «sottomessa» rispetto a un Dominante, il Bdsm (per noi profani: bondage, dominance, submission, sado-masochism). Ci incontriamo a Verona, città degli innamorati, alla vigilia di San Valentino. Del resto, proprio questo periodo è stato scelto per l’uscita di Cinquanta sfumature di nero, sequel di Cinquanta sfumature di grigio, tratto dalla fortunata saga erotica che E.L. James ha dedicato a questa «variante dell’amore»: si vede che i frustini hanno affiancato le rose. Export sales manager di una grande azienda, 45 anni, capelli mori, Elena è bella, elegante, ironica abbastanza da ammettere, con un sorriso, che i pochi amici al corrente della sua vita segreta la considerano una donna perversa. E serenamente allineata alla frase del Marchese de Sade: «Se la natura disapprovasse le nostre inclinazioni, non ce le ispirerebbe».

È appena arrivato al cinema Cinquanta sfumature di nero. Che cosa pensa della storia di Christian Grey e Anastasia Steele?
«Non è credibile. Se lei non accetta la natura di lui, non possono stare bene insieme. Ed è assurdo che lui acconsenta a praticare solo il sesso “normale” per amore, perché il Bdsm è un’espressione dell’Eros: rinnegarlo significa rinnegare se stessi. Piuttosto, una vera storia Bdsm è quella di Twilight. Edward il vampiro è a tutti gli effetti un Dominante, e Bella lo vede per quello che è. Sa che potrebbe ucciderla, ma sa anche che la proteggerà sempre: il loro è un grande amore perché c’è fiducia totale. La vera tensione sta nel gioco di ruolo, non necessariamente nella pratica sessuale. Oggi che Cinquanta sfumature ha sdoganato un’idea superficiale di Bdsm, spuntano ovunque Master e Slave improvvisati, che pensano bastino due sculacciate e qualche sex toy. Ma è una finta libertà sessuale imbrigliata in un brand, non un vero e libero percorso personale alla ricerca di sé».

Ci racconti il suo, di percorso.
«Sono cresciuta in una cittadina di provincia del Nord Italia, in una famiglia borghese preoccupata solo di guadagnare e di salvare le apparenze di un ardore religioso ipocrita. Mia madre era una spietata manipolatrice di affetti. Ma quando vivi in un ambiente così rigido e disciplinato, con intere giornate trascorse in solitudine, in qualche modo ti arricchisci: osservavo me stessa e gli altri, e leggevo. Due libri sono stati determinanti: L’amante di Lady Chatterley, di D.H. Lawrence, e Niente e così sia di Oriana Fallaci, da una parte la descrizione dell’erotismo, dall’altra la sofferenza. Fin da piccola ho capito che il mio rapporto con il dolore era diverso da quello degli altri. Non lo temevo, non piangevo, volevo anzi sentirlo, chiusa in un mondo tutto mio, e vedere fino a che punto potevo arrivare: c’è un picco altissimo, che sembra insopportabile, superato il quale non senti più nulla, e anzi stai bene e provi sensazioni fortissime. Alla fine ho capito che ero masochista. Ma al mondo Bdsm sono arrivata molti anni più tardi».

Come?
«Sono cresciuta, mi sono sposata. Non per amore: ancora oggi non so bene che cosa sia l’amore per un uomo, conosco quello incondizionato per i miei figli, ma con gli uomini ho provato solo passioni molto forti. Non con mio marito, comunque. L’ho scelto solo perché mi sembrava adeguato, perché mi ricordava mia madre: manipolatore, rigido, frustrato, nascosto dietro una corazza di valori autoimposti. Sembrerà strano, ma la svolta è arrivata guardando una trasmissione in Tv. Si parlava di un viaggio a Cuba che veniva descritto come un’evasione da tutto, dalle istituzioni, dai valori. Sono come entrata in trance, mi è scattato dentro un desiderio di fuga, e in pochi giorni ho chiuso il mio disastroso matrimonio. Mi sono ritrovata sola, con due figli da crescere, il lavoro da riprendere, e la voglia di appropriarmi finalmente della mia libertà».

Ma come è diventata una Slave?
«Per caso. Durante una riunione di lavoro, mi sono trovata a fare da interprete a un dirigente molto affascinante, dai modi distaccati. A un certo punto gli è caduta a terra la penna: mi ha fissata con uno sguardo ipnotico e mi ha ordinato di raccoglierla. Mi ha colpita come un fulmine. Avrei potuto ribellarmi, ma ho sentito il bisogno di essere sottomessa, di compiacerlo. Lui mi ha ringraziato, mi ha detto che in poche l’avrebbero fatto, e che ero speciale. Non è successo altro, ma è stata una folgorazione. Mi sono avvicinata agli ambienti Bdsm su internet e, chattando con un Master, ho capito che io, da sempre, volevo essere una Slave: una persona che si dedica totalmente a un Dominante, ma che lo fa soprattutto per dare piacere a se stessa. Non una serva, ma una serva che si dedichi totalmente al compito che le viene assegnato, e quanto più è vero e profondo il piacere che prova nel farlo, tanto più intenso lo sarà per il Master. Tra loro due c’è un’osmosi, e la magia sta nella consensualità. Altrimenti sono rapporti sbagliati, di manipolazione, di squilibrio».




Scusi ma fatico a concepire un piacere nel dolore.
«Nelle persone come me c’è. Inizia come fatto mentale, ma diventa fisico perché, quando i recettori del dolore superano una certa soglia, entra in circolo una quantità di endorfine capace di provocare un appagamento non paragonabile a quello dei rapporti tradizionali. È un fatto personale, così come è personale la soglia. Il Dominante deve avere esperienza e responsabilità: un Master improvvisato può essere pericoloso. Si tratta sempre di un rapporto consenziente, e c’è una safeword, una parola in codice per interromperlo in qualsiasi momento».

Una Slave è sempre masochista?
«Non necessariamente. Io stessa, dopo aver ricercato per anni il dolore fisico, oggi trovo più appagante la dominazione psicologica».

Con un Master come vi riconoscete? Dove vi incontrate?
«Di solito in chat, ma può capitare di riconoscere un Master anche in contesti “normali”. Ha sempre certe caratteristiche. Deciso, diretto, non ha paura di sostenere uno sguardo, non dà spiegazioni, è abituato a gestire il potere e lo stress, spesso ha un lavoro importante. Può vestire elegante o casual, ma risulta sempre a proprio agio, mai fuori posto. Non è frustrato, non parla molto di sé. E mi riconosce come Slave, penso, perché fin dal primo incontro non gli do l’impressione di volerlo regolare o limitare».

Un maschio alfa?
«Diciamo orgoglioso della sua mascolinità – così come io sono orgogliosa della mia femminilità – ma come ruolo più che come ostentazione. Per esempio, se al ristorante lui vuol fare alla romana, è un Master fasullo. Un vero Dominante ti protegge, ti accudisce, nell’organizzazione dell’appuntamento si occupa di tutto lui. Tu devi solo concentrarti sulla preparazione – a volte inizio giorni prima – e soddisfare le sue richieste: un trucco, un profumo speciale, un dettaglio nell’abbigliamento».

Per esempio?
«Il reggicalze con le calze in seta, il corsetto. Una volta mi è stato detto: voglio solo le scarpe. Le scarpe sono importanti, però bisogna saperci camminare bene».

Si può avere un fidanzato o un marito e contemporaneamente un Master?
«Si può, ma non fa per me, io mi dedico a un uomo per volta. Lui, in compenso, può essere libero o sposato: non cambia, per quanto mi riguarda. Accetto anche storie parallele da parte sua, purché me le racconti: non mi dà fastidio se mi rende partecipe. Non ero gelosa neppure da sposata, del resto: mi sono arrabbiata per il tradimento di mio marito non per il fatto in sé, ma perché non me lo aveva detto. Da un uomo cerco complicità, detesto mentire e detesto che mi si menta».

Può capitare di innamorarsi?
«Io cerco emozioni, non principi azzurri. La mia famiglia sono i miei due figli, ho un lavoro impegnativo, non c’è posto per un uomo. Forse una storia d’amore tra Master e Slave potrebbe funzionare se entrambi riuscissero a essere autentici e a non nascondersi nulla, senza gelosie né ricatti, ma dove sono gli uomini così? Anche quelli che parlano di coppia aperta alla fine vogliono decidere con chi devi stare e con chi no. Meglio, allora, rimanere dentro la bolla che ci creiamo intorno con i nostri ruoli. Un legame emotivo si sviluppa, ma solo nei confini di quell’ambito, poi ognuno torna alla sua vita: non ci penso nemmeno ad andare con lui a far la spesa, o al cinema. Non ci uscirei tutti i giorni, neppure gli racconterei quello che mi accade nel quotidiano. Capita di telefonarsi, certo, e di scambiare messaggi. Con i miei ex Master ho anche mantenuto un rapporto di amicizia: in fondo sono i soli a conoscermi davvero».

Quanti ne ha avuti?
«Due importanti: con gli altri erano solo giochi erotici. Ora ne ho uno, ma è ancora in prova».

Qual è la prova più difficile che un Master le ha inflitto?
«Guardi che la Slave non è una povera disgraziata che si lascia usare come posacenere e tirare al guinzaglio. O meglio, può farlo, ma solo se è il mezzo per superare un blocco e poi evolversi. Una volta, per esempio, il mio Master mi ha pubblicamente legata e fustigata in un locale. Sono l’opposto dell’esibizionista, e pensavo che sarei morta per l’imbarazzo, ma lui ha scelto il modo e il tempo giusti. Mi ha bendata prima, solo alla fine mi ha permesso di vedere il pubblico, e vedere il loro apprezzamento, sapere di aver superato un mio limite mi ha riempito di orgoglio. Come quando, da claustrofobica, sono stata rinchiusa per 24 ore in una gabbia. Ho incontrato i miei fantasmi, affrontato le mie paure e superato la claustrofobia: oggi non ne soffro più. Non ero stata abbandonata, il Master mi era sempre stato accanto, e alla fine mi ha premiata. Come un coach speciale: capisce chi sei, ti protegge da te e dagli altri per plasmare la tua esperienza. La prova più dura per me, però, la devo ancora superare».

Quale sarebbe?
«Parlare in pubblico, davanti a mille e più persone, per un’ora intera. Cerco un Dominante che me lo ordini, e che mi liberi dalle mie inibizioni».



https://www.vanityfair.it/benessere/sesso/17/02/18/sesso-sadomaso-sottomissione-slave

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lunedì 20 maggio 2019

Shibari bondage


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Sadomaso (o BDSM): tutto quello che c’è da sapere


Il sadomaso – conosciuto anche con il termine sadomasochismo o con l’acronimo SM – è un termine utilizzato per indicare l’insieme delle pratiche e situazioni erotiche che si basano sull’imposizione e sulla ricerca di sensazioni fisiche molto forti, che possono arrivare al dolore, allo scopo di provocare piacere sessuale.

Un po’ grazie a un maggiore scambio di idee e informazioni legato a internet, con una presenza anche massiccia di annunci sadomaso, un po’ grazie allo sdoganamento arrivato nel tempo grazie ai film e alla cultura cinematografica, il sadomasochismo ha smesso di essere un tabù, ed è diventato un argomento del quale è sempre più consueto parlare con un certo grado di libertà.

Sadomaso: un po’ di storia
Non è facile ripercorrere la storia delle pratiche sadomaso, ma nel Kamasutra è già possibile individuare scene di sadomasochismo. Il termine BDSM fu utilizzato per la prima volta nel 1992, nell’opera SM 101: a realistic introduction, dello scrittore americano Jay Joseph Wiseman.

Nelle pratiche sadomaso i partner hanno ruoli diversi: c’è sempre un dominatore, il master, e un dominato, lo slave. Le parti possono essere intercambiabili o rimanere fisse per tutta la durata del rapporto sadomaso che si decide di portare avanti. Dopodiché si stabiliscono delle regole e quei confini che non si vogliono superare. La linea di demarcazione tra piacere e sofferenza è, infatti, molto labile e il rischio di perdere il controllo elevato. Motivo per il quale in genere si stabilisce sempre una parola di sicurezza da utilizzare quando si desidera che l’altro si fermi.

Sadomaso non significa malattia o perversione
Il moralismo (falso o reale) che ha dominato per secoli la nostra società ha creato negli anni parecchi pregiudizi sul tema sadomasochismo, portando spesso le persone che lo praticano a viverlo nella clandestinità, quasi con un velo di vergogna nonostante l’età e la consensualità nel decidere di vivere una situazione di questo tipo all’interno della coppia.

L’obiettivo che si vuole raggiungere, dopo aver stabilito dei ruoli in modo del tutto consensuale e consapevole, è quello di spingere i propri limiti fino a una determinata soglia di sopportazione, e provare a raggiungere il piacere (anche attraverso l’uso di sex toy e oggetti dedicati al mondo sadomaso) esplorando soglie che vanno al di là del modo tradizionale di vivere la sessualità.

Sadomaso e bondage sono la stessa cosa?
A volte si tende a confondere il termine sadomaso con la parola bondage: quest’ultima rappresenta solamente una parte del sadomaso, il cui sinonimo è rappresentato dall’acronimo BDSM. Questo termine sta per Bondage e Disciplina (BD), Dominazione e Sottomissione (DS), Sadismo e Masochismo (SM). Sadomaso e bondage, però, non hanno lo stesso significato.

Nello specifico:
con bondage si indica l’insieme delle tecniche con le quali si lega un’altra persona con l’utilizzo di corde o strumenti pensati per lo scopo; il termine dominazione fa riferimento alla possibilità di pilotare la volontà del partner con una serie di regole e punizioni stabilite a priori; con il termine sadismo ci si riferisce alla possibilità di provocare dolore fisico nel partner, senza sfociare nella sofferenza non desiderata; per masochismo si intende la scelta di provare consensualmente dolore o umiliazione provocati dal partner, che nella pratica provocano un piacere intenso. Il sadomaso è pericoloso?

L’equilibrio tra gioia e dolore nelle pratiche BDSM è sottile come il filo di un equilibrista. Il confine tra desiderio di essere dominati e rimorso, tra estasi e tormento è davvero molto sottile. Le pratiche sadomaso sono comunque benefiche per l’organismo perché provocano il rilascio di endorfina.

Il problema attuale rimane legato a una questione di percezione: molti pensano che il sadomaso sia una pratica estrema o una “roba da gay”, ma si tratta unicamente di errate convinzioni sociali, legate ai pregiudizi e alla mancata conoscenza dell’argomento. Il sadomaso non è né pericoloso né (tantomeno) una malattia. Si tratta di una scelta totalmente arbitraria, soluzione ottimale per le coppie con un altissimo grado di confidenza, che sono alla ricerca di un nuovo modo di vivere la propria sessualità, molto più stimolante ed eccitante.


http://www.saluteperme.com/sadomaso-o-bdsm-tutto-quello-che-ce-da-sapere

domenica 19 maggio 2019

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My bitch A.


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lunedì 13 maggio 2019

Alla ricerca del "vero" BDSM di Ayzad




















Ieri, in un meraviglioso esempio di serendipità, sono incappato in due cose del tutto indipendenti eppure deliziosamente collegabili. La prima era un post trolleggiante su un forum italiano dedicato al BDSM, nel quale una ragazza che scrive in terza persona esprimeva il proprio orrore per la mancanza di un “corretto protocollo” durante un munch al quale aveva partecipato. Vi si poteva quasi sentire l’odore dell’indignazione morale verso chiunque non sottoscrivesse la sua visione di etichetta per pervertiti – e gli sghignazzi dietro alle numerose risposte generalmente riassumibili in «taci e non osare giudicare il modo in cui gli altri si divertono nel tempo libero».
Il secondo elemento è, a essere precisi, due diversi documentari sullo stile di vita BDSM. Making mistress More, di Beverly Yuen Thompson, si può guardare gratuitamente su Vimeo e racconta la gestione de La domaine Esemar, un luogo pubblicizzato come «il più antico chateau di addestramento BDSM al mondo». The ceremony, di Lina Mannheimer, si concentra invece sullo stile di dominazione dell’ottantaquattrenne Catherine Robbe-Grillet, probabilmente la dominatrice più venerata d’Europa fin dai tardi anni ’60 del secolo scorso.

Vi suggerisco vivamente di cliccare su entrambi i link qui sopra per farvi un’idea di ciò di cui sto parlando. Riassumendo, comunque, il primo documentario rivela come lo “chateau” sia in realtà poco più di una casa mobile in mezzo ai boschi del circondario di Albany, New York. Il proprietario, noto come Master R, è un ex musicista amante della natura: un tipo dall’aspetto tranquillo circondato da una specie di corte dei miracoli di entusiasti che trattano La domaine come un rifugio dagli stress della vita “normale”. Sembrano un gruppetto piuttosto gioviale, la cui passione tiene più o meno a galla l’impresa nonostante le palesi carenze economiche e organizzative. A dirla tutta, la storia principale riguarda una ex-schiava a pagamento che viene reclutata come dominatrice professionista quando la precedente titolare molla tutto all’improvviso.
Esattamente agli antipodi Madame Robbe-Grillet è invece stilosa e aristocratica come nessun’altra. Ex attrice e romanziera, pur non essendosi mai abbassata a pubblicizzare la propria attività vive davvero in un castelletto e coltiva un’idea distaccata e ritualistica dei giochi di dominazione erotica. Per lei estetica ed eleganza sono fondamentali, al punto di accettare ormai alla sua presenza solamente sottomessi belli quanto modelli. È il tipo di persona che ci si aspetta di trovare a giocare a scacchi contro qualche maestro internazionale – mentre conduce una conversazione filosofica in cui ciascuna brillante metafora viene commentata da una mossa appropriata sul tavoliere. Il tutto accompagnato da piccoli sorsi di vino impossibilmente prezioso da un calice di cristallo offerto su un vassoio da un maggiordomo muto.

Guardare i due documentari uno dopo l’altro mi ha inevitabilmente spinto a confrontare queste visioni così tanto diverse del BDSM. Ecco le mie piccole conclusioni:

Ciascun approccio è il prodotto di un preciso ambiente culturale
La signora francese ha fatto i suoi primi passi nel mondo della dominazione erotica in una nazione ancora scossa dai postumi della seconda guerra mondiale e dai cambiamenti geopolitici. Schiacciata fra le superpotenze a est e ad ovest (per non parlare della Gran Bretagna, su a nord), per mantenere quel po’ di grandeur che le restava la Francia stava aggrappandosi disperatamente alla propria vecchia identità culturale. Questa comprendeva un forte senso delle classi sociali e un’aristocrazia in declino. A tutt’oggi in Francia gli annunci per la ricerca di partner usano spesso la sigla ‘BCBG’, che si tradurrebbe letteralmente come ‘buono stile, buona classe’ ma all’atto pratico significa ‘altoborghese ricco e schizzinoso’ – un orgoglioso marchio di superbia inconcepibile nel resto del mondo. In quel contesto storico le apparenze giocavano un ruolo fondamentale nel rinforzare la propria condizione sociale, pertanto l’attenzione a rituali e dettagli assumeva una particolare importanza.
Bisogna inoltre ricordare che la distinzione fra BDSM e sadomasochismo patologico fosse ancora ben là da venire. Adottare un approccio stilizzato e intellettualistico all’eros costituiva un ottimo modo per distinguersi dai raptus violenti di pazzi e criminali. Senza siti web o manuali da cui imparare, avere gerarchie formali assicurava oltretutto che le informazioni tecniche venissero trasferite correttamente ai nuovi arrivati. Infine, nascondere uno stile di vita trasgressivo dietro una patina di rispettabilità filosofica e rituale offriva un minimo di protezione sociale in un’epoca in cui avere una cattiva reputazione poteva rovinare per sempre la vita di una donna.

Quasi agli antipodi, la struttura americana è stata invece fondata nel 1993, in un’era molto favorevole alla sessualità e in un paese che si vanta dell’uguaglianza fra cittadini in comunità estremamente diversificate. Il BDSM non era solo un termine ormai ben noto, ma anche uno stile di vita attraente benché un po’ misterioso, celebrato dai media e nell’arte. Le informazioni sulle varie pratiche erano abbondanti e abbastanza facilmente accessibili. Le città più grandi avevano club e associazioni a tema ben pubblicizzati, la scena leather aveva una gran visibilità e Internet aveva cominciato a mettere in collegamento appassionati di tutto il paese.
L’approccio de La domaine è inoltre frutto di una cultura fortemente empatica, in cui comunicare e prendersi cura del benessere di tutti viene incoraggiato attivamente, così come rapportarsi alla persona dietro ogni ruolo lavorativo o di altro tipo. Si tratta di un contesto che conosciamo tutti piuttosto bene, quindi non mi ci dilungherò sopra. Vale tuttavia la pena di notare alcuni suoi concetti chiave: integrare ogni aspetto della propria personalità viene considerato un obiettivo desiderabile, si preferiscono i contenuti alle apparenze, e l’apertura nei rapporti viene vista come una virtù.

Tenete a mente queste osservazioni mentre guardate i documentari, e noterete facilmente come ciascun approccio sia il risultato diretto della cultura che lo circonda, di cui riflette valori e norme. Possiamo anche immaginare quanto imbarazzante sarebbe un incontro fra Master R e madame Robbe-Grillet: dubito che si riuscirebbero a tollerare per più di qualche secondo, e di certo non potrebbero condividere un momento di gioco per tutto l’oro del mondo. Oltretutto per loro sarebbe un problema perfino comunicare, poiché lei rifiuta di parlare altro dal francese di Parigi, mentre il video americano mostra come lui non sappia pronunciare correttamente nemmeno il nome francese della sua stessa attività.

Questi approcci non possono essere spostati dal loro contesto
Le diverse interpretazioni del BDSM non sono solo il prodotto delle culture in cui sono nate, ma una parte di esse. Le incompatibilità reciproche non si fermano infatti ai protagonisti dei documentari: pensate al ribrezzo che proverebbero molti “pervertiti” francesi verso quei rozzi yankee e i loro comportamenti chiassosi ed eccessivamente amichevoli – o all’indignazione degli americani nei confronti del distacco e dei modi iperformali della dominatrice europea!
L’eros ha sempre idealizzato le terre e le culture straniere, rappresentandole come paradisi di sensualità. In realtà si tratta però solamente della speranza non troppo nascosta che qualcuno, da qualche parte, si stia divertendo più di noi poiché l’insoddisfazione sessuale è un’altra costante di tutte le epoche. Dopotutto l’eccitazione si nutre di novità, e annoiarsi di ciò che abbiamo a portata di mano non sorprende nessuno. Ecco perché una casa mobile di New York si è data un nome da fiaba d’oltreoceano, e perché nel 2014 una donna aspiri ancora a uno stile di vita da fine Ottocento idealizzato.

Detto questo, basta guardare pochi minuti di documentari per rendersi conto che Master R sarebbe assai infelice se davvero dovesse vivere in un castello europeo e seguirne gli austeri rituali dovendo abbandonare la sua beneamata musica country e le birrate con il football in TV. Mistress Grillet, abituata a mangiare il minimo indispensabile per mantenere la propria diafana silhouette – e mai davanti ad altri, così da non rovinare la propria aura con banali necessità umane – sarebbe altrettanto orripilata da tutti quei pasti in comune, dalle porzioni gigantesche e la plebea vicinanza dei corpi.
Mi azzardo a dire che queste osservazioni non si applichino solo agli esempi specifici in questione, ma restino vere in generale. Lo si vede per esempio nel modo in cui la scena gay cambia di paese in paese, in come i giochi fetish vengano vissuti nelle varie nazioni, o anche in come ci sembri alieno il kinbaku praticato in Giappone da giapponesi, nonostante tutti i video e i corsi occidentali che possiamo aver visto. La concezione distorta del BDSM occidentale in Cina rappresenta un altro esempio brillante di tali differenze.

L’eros insolito è universale
Detto tutto ciò, i diversi approcci dei nostri protagonisti mi hanno ricordato ancora una volta quanto universali siano le sessualità insolite. Indipendentemente da quanto distanti possano apparire, entrambi inseguono lo stesso archetipo di squilibrio di potere erotizzato. O, in parole più semplici: gli scenari sessuali con padroni e schiavi sono e sono sempre stati parte della natura umana. Non si tratta di una scoperta particolarmente rivoluzionaria. Gli storici e gli etnografi trovano continuamente tracce di “comportamenti trasgressivi” risalenti a ogni periodo della storia dell’umanità, dall’antica Grecia ai tempi moderni.
Il BDSM e le altre fantasie erotiche sono in fondo ciò che distingue la sessualità umana da quella di specie meno evolute. Tutti gli animali si riproducono; pochissimi fanno sesso ricreativo; nessuno tranne (alcuni) umani sa concepirlo come qualcosa di diverso dal puro strofinamento di genitali. Quando la capiremo una volta per tutte che l’eros estremo non è “strano”, ma una celebrazione della grandezza della nostra specie?

La percezione sociale del sesso insolito si evolve molto velocemente
All’anagrafe madame Robbe-Grillet e Master R sono separati da appena quarant’anni. Sotto molti punti di vista è un tempo piuttosto breve, eppure è stato sufficiente a modificare completamente la percezione sociale dei giochi erotici che praticano. Come dicevamo prima, quando la dominatrice francese si è affacciata a questo ambiente avere fantasie BDSM era ancora motivo sufficiente per essere rinchiusi in manicomio, se si era nati nella classe sociale sbagliata. Oggi la stessa cosa si è tramutata in una moda fighetta che vende milioni di libri in tutto il mondo.
Io per primo avevo l’impressione che si trattasse soprattutto di una conseguenza dell’arrivo del Web – ma pare proprio che mi sbagliassi. In effetti, leggendo The pleasure’s all mine – A history of perverse sex di Julie Peakman ho scoperto con quale velocità l’accettazione dei comportamenti sessuali sia sempre cambiata attraverso gli anni – di solito ogni mezzo secolo o giù di lì. Chi può dire come verranno percepiti il BDSM e le altre devianze ora della fine del ventiduesimo secolo? Ad azzardare previsioni, si direbbe, si fanno sempre pessime figure.

Non c’è un modo giusto di approcciarsi al BDSM
Al di là di tutte le pomposissime conclusioni sopra elencate, la lezione (o, si spera, il ripasso) più importante che si impara guardando quei documentari uno dopo l’altro è probabilmente il semplice fatto che non vi sia un Modo Giusto di godersi il BDSM. O, per essere più precisi, naturalmente ci sono delle basi comuni di rispetto reciproco, sicurezza, competenza, dedizione e così via – compreso il sempre citato principio dell’SSC – ma poi il gioco può prendere la forma più adatta alle necessità, i gusti e le idee dei partecipanti. Chi vi si dedica occasionalmente limitandosi a un leggero gioco di ruolo non è meno “vero” degli esperti di 24/7 estremo.
Il che ci riporta alla discussione da cui eravamo partiti con questo post. Che dire del presunto “protocollo BDSM” tanto elogiato da quella ragazza e da innumerevoli siti di sprovveduti? Che le storie sulla “Vecchia Guardia” e le “case d’addestramento” siano solo leggende dure a morire è già stato più che dimostrato indipendentemente da quanto vengano ripetute. L’esistenza di un unico protocollo cui si dovrebbero conformare tutte le relazioni di sottomissione è altrettanto assurdo. Createvene pure uno tutto vostro, se volete, ma non cercate di imporlo ad altri che probabilmente ne sanno più di voi. Oppure, ora che ci penso, fatelo pure. Come abbiamo appena visto, c’è il rischio che si adatti bene all’ambiente culturale e influenzi il modo in cui le generazioni a venire vedano questi giochi. Almeno per qualche anno.

https://www.ayzad.com/it/notizie/cultura/alla-ricerca-del-vero-bdsm/

domenica 12 maggio 2019

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